Si dice e Margherita Bordino che ne già scritto una primissima recensione qui riportata lo conferma, che ci sia un gesto di coraggio insolito in Brunello, il visionario garbato, il documentario in cui Giuseppe Tornatore che racconta la vita di Brunello Cucinelli. È lo stesso imprenditore a rivendicarlo con ironia: “Ho visto tanti documentari che avrebbero fatto rigirare nella tomba i protagonisti. Allora ho pensato: meglio raccontarsi da vivi, con sincerità”. Da qui nasce il progetto di un’opera che attraversa infanzia, ambizioni, fallimenti, visioni e quel sentimento di tenerezza che da sempre accompagna l’immaginario di Cucinelli. Un film che si sviluppa così tra tavoli da carte, infanzia contadina e un sogno diventato filosofia il nuovo film diretto dal regista siciliano, che racconta la vita dell’imprenditore Brunello Cucinelli.
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Tornatore dice che all’inizio l’idea lo lasciò tiepido: “Non sapevo quasi nulla di lui. Mi chiedevo: che storia posso raccontare?”. Poi, una rivelazione inattesa: scoprire che da giovane Cucinelli frequentava i tavoli da gioco. “Mi ha colpito subito. Il gioco di carte è un mondo pieno di strategie, di azzardi, di intuito. Ho pensato: forse la sua vita è simile a una partita, e lì ho trovato la chiave del film”, racconta il regista. Il rapporto tra i due si costruisce con calma, a intermittenza, nel corso di due anni di riprese discontinue. Cucinelli, divertito, osserva: “Mi sono comportato da ‘morto’, come mi chiedeva Tornatore: non ho mai interferito. Ho lasciato che fosse lui a guardarmi, a interpretarmi”. Il regista conferma: “Non ha mai chiesto di vedere un girato o di correggere nulla. È stato un soggetto ideale”.
Uno dei momenti più intensi del film arriva quando Cucinelli torna nella casa dove è nato, acquistata appositamente per realizzare il film. “Quando ho aperto la porta, il tempo è tornato indietro. Ho sentito la voce di mio padre, ho rivisto mia madre. È stato un tuffo nell’anima”, confessa l’imprenditore. Tornatore costruisce intorno a questa scena un equilibrio delicato tra memoria e narrazione, lasciando spazio alle immagini per respirare. Il documentario è accompagnato dalla musica di Nicola Piovani, che coglie immediatamente la cifra dell’opera: “Cucinelli è un uomo in cui convivono il quotidiano e l’epico. La sua semplicità non cancella la sua visione. In musica ho cercato questo contrasto: la luce dei sogni e la concretezza del lavoro”. Così le note diventano un filo invisibile che cuce insieme l’ascesa dell’imprenditore e il suo sogno di un “capitalismo umanistico”. Tra gli aspetti più contemporanei del film c’è il messaggio ai giovani, che Tornatore considera centrale: “La sua storia è utile perché non è un racconto lineare di successo. È il racconto di un ragazzo che non sapeva cosa fare, che ha sbagliato, che ha vagato. È un esempio di come il destino si illumini solo quando si smette di imitarlo e si inizia a costruirlo”. Ed è forse questo che Brunello, il visionario garbato restituisce meglio: l’idea che dietro l’immagine internazionale del “re del cashmere” ci sia un uomo che ha sempre creduto nella forza creativa dei sogni. “La vita è poesia o non è”, dice Cucinelli, e il film sembra rispondere che, quando la poesia incontra il lavoro, diventa destino.
Brunello Cucinelli sta vivendo un momento d’oro. A Londra, in occasione dei British Fashion Awards è stato premiato con il prestigioso premio alla carriera Outstanding Achievement Award – consegnatogli da Sharon Stone – e un paio di giorni dopo e a qualche latitudine di distanza, ha presentato in anteprima mondiale il suo docu-film Brunello il visionario garbato. Le gigantesche affissioni per le strade delle città e le pubblicità sui principali quotidiani sono state nei mesi precedenti un po’ ovunque, persino mia nonna mi ha chiamato per dirmi che stava per uscire un film su Cucinelli, e che lo avrebbero proiettato anche a Milano il 9, 10 e 11 dicembre. «Nonna, ma io vado a Roma, lo presentano a Cinecittà». «Ah», mi ha fatto eco lei, «ma fino lì devi andare?». Mia nonna non sa nulla di moda, vestiti, e di tutto il mondo che gli gira attorno, nella vita ha fatto tutt’altro, convinta impiegata Olivetti praticamente da sempre, idem la sua famiglia, ma Brunello Cucinelli lo conosce eccome. Sarà forse per quell’idea con cui sin dagli inizi della sua carriera ha dato forma a un modello di azienda in cui lavoro, cultura e natura sembrano convivere in un’armonia perfetta, in cui le persone contano più del profitto, in cui l’uomo è al centro. Deve essere per questo motivo, che in qualche modo a lei ricorda Adriano Olivetti, anche se in casa è vietato fare alcun tipo di confronto con il grande Adriano, lui siede su un gradino più in alto. Eppure Brunello Cucinelli è stato spesso ribatezzato con l’appellativo di Imprenditore Illuminato. «Sognavo un’impresa per fare profitti con etica, con dignità, senza arrecare sofferenza alle persone e offese al Creato, o almeno il meno possibile. Mi piaceva pensare a luoghi di lavoro leggermente più belli, dove si potesse stare meglio a cospetto del paesaggio, e volevo che le persone guadagnassero un poco di più, perché tutti noi siamo anime pensanti, e perché non possiamo più volgere le spalle alla povertà» si legge in quella sorta di manifesto di Capitalismo Umanistico e Umana Sosteniblità che nel tempo è diventato il suo credo più profondo.

