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Pochi altri mestieri hanno subito modificazioni come è accaduto per il mestiere del tipografo. Per capirne i cambiamenti ed il fascino che ancora intatto aleggia su un lavoro cambiato alla radice vi iniziamo a parlare qui di una delle tipografie del vesuviano d’Italia che è a Somma Vesuviana, provincia di napoli. Paese di nascita e di lavoro di Michele Giamundo, oggi poco più che 60enne, dove avviò nel lontano 1984 la sua attività tipografica. Ben più di 30 anni son trascorsi molti dei quali vissuti assieme al fidato Stefano Iasevoli verso cui Michele Giamundo ha mostrato, nonostante sovente taciturno, sempre un legame forte, d’amicizia e stima sincera. Un sodalizio il loro che ha avviato anche le stagioni del cambiamento quando ancora l’unico figlio maschio di Michele Giamundo, Gennaro, era meno che adolescente. Oggi quel trio composto da Michele, Stefano e Gennaro Giamundo è una squadra che lavora con macchine digitali che di fianco hanno ancora, intatte e funzionanti, quelle litografiche dove a muovere gli impianti ci sono mille ingranaggi, le lastre, i colori e la maestria di un vero tipografico come lo è Michele Giamundo. Erano i tempi dei grandi quantitativi quando la stampa prevedeva l’uso e l’utilizzo di molta carta.
Assieme, Michele, Stefano e Gennaro raccontano questa lunga storia in poche immagini ma con parole d’emozione con le quali Michele, emozionato più degli altri, elogia come poche altre volte i meriti del figlio Gennaro che, intanto, si è laureato, è diventato padre, ha messo su famiglia e suggerito negli anni, fino a convincerlo, il padre Michele ad investire nel digitale. Senza voler rubare così nessuno dei meriti che negli anni ha avuto Stefano Iasevoli che in Stampa Sud lavora da quando aveva solo 24 anni. Sono quei meriti che Michele Giamundo riconosce in pieno al suo fidato e storico collaboratore che fece diventare la missione di Stampa Sud e di Michele Giamundo come una sua missione di famiglia mettendo mani con destrezza e competenze ad un computer quando il computer era appena entrato nelle tipografie.
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Una trasformazione piena di sorprese
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Se si dovesse trovare un titolo per raccontare la grandi trasformazione che ha dovuto percorrere il mestiere del tipografo ed il settore stesso delle tipografie potremmo titolare a buon ragione “dal piombo al pixel: evoluzione della tipografia e del mestiere del tipografo.
L’arte tipografica, una delle più antiche e nobili forme di artigianato legate alla cultura e alla comunicazione, ha attraversato nel corso dei secoli trasformazioni radicali, dettate dal progresso tecnologico e dai mutamenti sociali ed economici. Il mestiere del tipografo, che un tempo richiedeva una conoscenza profonda della materia, della composizione, della stampa e perfino dell’estetica del carattere, si è oggi trasformato in una professione ibrida, sospesa tra la tradizione artigiana e la dimensione digitale.
Dalle origini alla meccanizzazione
L’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg, a metà del Quattrocento, segna l’inizio della moderna tipografia. Da allora, per secoli, il lavoro del tipografo si è fondato su un sapere manuale e artigianale: la composizione dei testi avveniva lettera per lettera, utilizzando caratteri in piombo o legno, disposti in casse tipografiche. La stampa richiedeva grande precisione, pazienza e competenza tecnica: era una vera e propria arte che univa il mestiere dell’artigiano alla sensibilità dell’artista.
Il tipografo non era solo un operatore, ma un mediatore culturale: dava forma visibile alle parole, curava l’impaginazione, sceglieva i caratteri, determinava il tono visivo di un testo. Ogni libro, manifesto o volantino portava in sé l’impronta unica del laboratorio che lo produceva.
Con la rivoluzione industriale e l’introduzione delle macchine a composizione meccanica, come la Linotype (1886) e la Monotype, il lavoro cominciò a trasformarsi. La produzione diventò più rapida, i costi si abbassarono e la stampa si aprì a una diffusione di massa. Tuttavia, anche in questa fase, il tipografo conservava un ruolo centrale: era colui che dominava la macchina e ne governava le imperfezioni, trasformandole in carattere distintivo del prodotto finito.
La rivoluzione digitale e la fine del piombo
L’avvento dell’informatica, a partire dagli anni Settanta e Ottanta del Novecento, ha rappresentato una vera cesura. Il passaggio dalla composizione tipografica tradizionale a quella digitale ha mutato radicalmente il processo produttivo. I caratteri in piombo sono stati sostituiti da font digitali; i torchi tipografici da stampanti offset e poi digitali; il banco di composizione è diventato uno schermo. Il tipografo, da artigiano del piombo e della carta, si è trasformato in un tecnico del file e del flusso digitale. L’intero ciclo di lavorazione – dalla progettazione grafica alla stampa – si è smaterializzato, diventando sempre più automatizzato e interconnesso.
Con la Desktop Publishing Revolution degli anni ’80 e ’90, grazie a software come PageMaker, QuarkXPress e in seguito Adobe InDesign, il lavoro di impaginazione passò in gran parte nelle mani dei grafici e dei designer. Molte competenze tradizionali del tipografo vennero assorbite da nuove figure professionali, più vicine all’informatica e al design visivo. Tuttavia, il mestiere non è scomparso: si è adattato, aprendosi a nuovi orizzonti. Oggi il tipografo è spesso un operatore polivalente, capace di gestire flussi digitali complessi, calibrare colori con precisione informatica, ottimizzare processi di stampa digitale o offset, e dialogare con software di impaginazione e gestione dei file grafici.
La nuova frontiera: tra artigianato e innovazione
La stampa digitale e la personalizzazione di massa hanno ridefinito il concetto stesso di tipografia. Non si tratta più soltanto di produrre libri o manifesti, ma di creare esperienze visive e tattili. Molte tipografie hanno scelto di riscoprire il valore dell’artigianalità attraverso il letterpress contemporaneo, un ritorno consapevole alla stampa a rilievo, oggi utilizzata per edizioni pregiate, inviti o packaging di lusso. Parallelamente, la stampa digitale consente tirature minime, prototipi immediati e personalizzazioni estreme, aprendo la strada a una nuova economia della comunicazione visiva. Il tipografo contemporaneo è dunque un artigiano tecnologico: deve conoscere le proprietà dei materiali, i supporti, le tecniche di finitura, ma anche i linguaggi del digitale e le dinamiche del mercato. La sua sensibilità estetica resta fondamentale, ma si accompagna oggi a una competenza ingegneristica e informatica che gli permette di dialogare con designer, editori e aziende.
Un mestiere che si rinnova
La storia della tipografia è la storia dell’adattamento umano alla tecnologia. Ogni rivoluzione tecnica – dal torchio a mano alla macchina a vapore, dal linotype al digitale – ha costretto i tipografi a reinventarsi, a ripensare il proprio ruolo nel processo comunicativo.
Oggi, in un mondo dominato dalle immagini e dalle interfacce, il valore della stampa rimane sorprendentemente vivo: la fisicità del libro, la matericità della carta, la precisione di una stampa ben eseguita conservano un fascino che nessun monitor può sostituire.
Il tipografo del XXI secolo non è più solo un artigiano, né soltanto un tecnico: è un interprete della cultura visiva contemporanea, custode di un sapere antico che si rinnova ogni volta che un foglio prende forma tra le sue mani – che siano mani sporche d’inchiostro o che scorrono leggere su una tastiera.
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